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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Non ho voglia di tentare analisi politiche, elucubrazioni di varia natura e masturbazioni cerebrali sul percorso che ha portato alle dimissioni di Veltroni da segretario del PD. Non mi interessa e ci sono fior di analisti e commentatori che si cimentano in queste ore sul tema.
Ormai la situazione di Veltroni era diventata insostenibile. Ma proprio per questo pensavo (temevo) che non avrebbe mai mollato. Non per una volgare voglia di tenersi attaccato alla poltrona, ma per quella tenacia che gli va comunque riconosciuta. E invece lo ha fatto. Se n’è andato, senza sbattere porte ma togliendosi qualche sassolino dalle scarpe.
Perché se è vero che le sue responsabilità sono enormi, è altrettanto vero che esse sono condivise dall’intero gruppo dirigente del PD. Paga Veltroni per tutti, come è giusto che sia, perché il segretario è lui. Ma...
Ma se io mi sono allontanato dal PD, dopo le elezioni perse lo scorso anno (nazionali e soprattutto romane), non è stato solo per colpa di Veltroni; non è stato solo per la quasi totale mancanza di atti concreti volti a trasformare principi nobili e condivisibili in reale proposta politica; non è stato solo per l’enorme difficoltà di dare un’identità a un partito che giorno dopo giorno sembrava sempre più un mero cartello elettorale, come tale destinato alla dissoluzione di fronte a una serie di sconfitte alle urne.
Se ho lasciato il PD è stato soprattutto perché non volevo finire chiuso in una delle gabbie correntizie, piene di livore e di risentimenti spesso personali e sclerotizzati, che sono state finora gli unici tasselli visibili di questo assurdo tetris che è il partito democratico. Io sono un democratico, io sono un riformista, io sono un progressista, io sono un laico, e non me ne può fottere di meno di essere riconosciuto, identificato, etichettato, bollato come Veltroniano, o Dalemiano, o Rutelliano, o Bindiano, o Lettiano.
E poi, tornando ai contenuti, la cosa davvero terrificante è che, almeno finora, il PD si è mostrato all’Italia come l’esatta negazione di sé stesso. Non è democratico, anzi è una casa chiusa da enormi chiavistelli. Non è riformista, perché incapace di qualsiasi proposta che abbia attinenza con i problemi dell’Italia. Non è progressista né laico, perché c’è voluto un dramma umano enorme come quello della famiglia Englaro per fargli timidamente rialzare la testa nei confronti della curia vaticana.
La maggior parte dei problemi del PD hanno origine da prima (molto prima) della fondazione di questo partito. Veltroni ha provato a nascondere la polvere sotto al tappeto per cucire insieme le pezze di questo enorme patchwork. Ma si è trovato davanti un sahara di sabbia da infilare sotto uno zerbino. Nun jaa poteva fà.
Se tutta questa crisi dovesse risolversi nell’ennesimo cambio in corsa (fuori Veltroni, dentro D’Alema o chi per esso), nell’ennesimo giro di valzer autoreferenziale, beh, non mi resterà che prepararmi a morire (tra tanti tanti anni, spero) infelicemente berlusconiano.
Caro Beppino, vorrei essere al tuo fianco, guardarti negli occhi, piangere con te, stringerti le mani e ringraziarti per l’altissimo atto di eroismo civile che hai compiuto per tutti noi insieme a tua figlia Eluana. La tua battaglia, come quella di Piergiorgio Welby, come quella di Luca Coscioni, come quella di Giovanni Nuvoli, è uno dei pochi motivi che mi spinge oggi a continuare a vivere in questo paese assurdo, piegato al volere della Città del Vaticano, uno stato straniero che vive dentro di noi come un corpo estraneo, terribile e potentissimo.
Se stasera riesco a sopportare la visione del ghigno satanico di Maurizio Gasparri che ti accusa di omicidio delle spoglie di tua figlia Eluana, che accusa il Presidente della Repubblica di essere il mandante di questo “atto di eutanasia”, se riesco a non imbracciare una mazza da baseball o una roncola è solo grazie al pensiero che in Italia ci sono persone coraggiose e civili come te.
Vivere in Italia avrà un senso fino a quando i Beppino Englaro avranno voce e continueranno ad insegnarci cosa vuol dire rispetto della legge, tenacia, onestà, dignità, amore.
Grazie Beppino, io ti sono riconoscente, tanti italiani ti sono riconoscenti. Sono certo che Eluana è orgogliosa di te e ti ama tanto quanto tu hai amato e ami lei.
Mutatis mutandis, oggi mi sento un po' così, come in questa (a mio avviso) meravigliosa canzone degli Offlaga Disco Pax.
A casa, a casa sono rimaste le sue ciabattine di spugna. Gliele avevo comprate per non farla camminare scalza e dimenticava sempre di portarle. Oggi ho preso una busta gialla e ce ne ho messo dentro una delle due. Francobolli prioritari e domani sarà da lei. Apprezzerà, in fondo è giusto che abbia la metà delle nostre cose. Non eravamo sposati, non vivevamo insieme ma il nostro amore non merita rancori nè stupide rivalse. Sono ferito dall'abbandono, ma quel che giusto è giusto, e una pantofola a testa sarà un bel ricordo per entrambi. Un ricordo dell'amore sconfitto marca Defonseca. Pochi potrebbero vantare un trofeo del genere. Quasi nessuno nel mondo dei non feticisti. Per lo spazzolino da denti sono indeciso: se lo spezzo in due le lascio il tronchetto con le setole o quello con il manico? Mi serve un divorzista... Forse lui può consigliarmi. Non vorrei mai che pensasse che mi tengo i suoi effetti personali in ostaggio. Se torna da me non sarà per questo. E bisogna avere stile anche nei momenti peggiori; non come il mio vicino Sebastiano che quando lei lo ha lasciato si è tenuto tutta la sua collezione di scatole di assorbenti. Erano 3000 scatole: gliele ha rotte tutte. E anche a me con questi gesti incoscenti. Ho deciso; le lascio il pezzo con le setole. Domani, domani glielo mando.
(Offlaga Disco Pax, "De Fonseca", album "Socialismo Tascabile" - 2005)
Voglio essere chiuso in una gabbia con il pavimento di vetro blindato e indistruttibile, con le sbarre di acciaio spesse e a prova di acido o di limetta per le unghie.
Voglio che la gabbia venga sollevata e sospesa appena sotto la linea di transito degli Airbus 300, che passando mi dondolino e mi facciano credere di essere ancora vivo.
Voglio un binocolo per guardare a terra, potente come una zoomata di Google Earth, per vedere il paese che avrò lasciato e che non rimpiangerò nemmeno per un momento.
Voglio un chip impiantato nel cervello, che funzioni come le notifiche di Facebook, che mi sappia avvertire in tempo reale delle nefandezze che stanno per accadere sotto i miei occhi.
Voglio vedere l’ennesimo stupro consumato in casa da un marito rabbioso o in strada da un branco di infami disperati; voglio vedere la “ggente” che invoca il linciaggio (ma, chissà perché, quasi mai per i mariti rabbiosi) e se ne fotte della civiltà; voglio vedere se c’è ancora qualcuno a cui importa qualcosa della legge e del diritto (a parte i radicali); voglio vedere il prossimo immigrato nero o giallo o bianco, africano o asiatico o sudamericano, picchiato e bruciato vivo nella quasi totale indifferenza; voglio vedere quelli che si ostinano a non considerare razziste queste azioni di squadrismo idiota e tossico.
Voglio vedere tutto questo, ma da là sopra, come se fossi al cinema, e pensare che in fondo, nonostante il freddo e le correnti d’aria create dagli Airbus, si sta meglio lassù.
Il caso di Eluana Englaro non conosce fine, così come non conosce fine l'accanimento del Vaticano in una assurda battaglia in difesa di uno stato di morale contrapposto a quello che dovrebbe essere uno stato di diritto.
Al di là di tutte le parole spese più o meno utilmente per raccontare e commentare questa vicenda, mi sembrano totalmente condivisibili le parole di Francesco Paolo Casavola, pubblicate oggi su "Il Messaggero".
Ve ne consiglio la lettura e cinque minuti di riflessione in merito.
La visione in tv di Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia, principe di Venezia e del Piemonte, noto alle cronache semplicemente come Emanuele Filiberto, mi suscita la stessa irrefrenabile gioia procuratami da una ipotetica pallonata di Roberto Carlos sugli zebedei.
Lui e tutti i Savoia come lui dovrebbero avere la dignità di levarsi dal cazzo o, se proprio non possono fare a meno di vivere in questo paese di merda, potrebbero avere la decenza di rendersi invisibili. Tanto, come si muovono pestano una merda, specie il vecchio puttaniere dal grilletto (del fucile) facile. Emanuele Filiberto, per esempio, potrebbe affittare – in nero – un appartamentino a Quarto Oggiaro, trovare lavoro – in nero – in una delle tante fabbrichette dell’industrioso nord e riuscire a campare dignitosamente, aiutato anche dallo stipendio della moglie che almeno, per fare l’attrice, avrà studiato o avrà sfruttato un naturale talento.
La cosa migliore che il piccolo savoiardo ha fatto in vita sua è stata la pubblicità delle cipolline e dei cetriolini Saclà, che mai ho comprato e mai comprerò. Era lì, il signorino, a ricordarci i cetrioloni che il suo bisnonno ha stroncato nel culo dell’Italia intera appena una sessantina di anni fa. Ma era comunque un lavoro (?) pagato dal signor Saclà, che lo avrà scelto nella pieno delle sue facoltà mentali. E soprattutto di quelle finanziarie.
Ma qualcuno mi spiega perché l’Italia deve sopportare la sua presenza in una trasmissione della tv pubblica in cui gli vengono impartite lezioni private di ballo, per le quali non caccia un euro e per le quali viene anzi profumatamente pagato, oltretutto con i nostri fottuti soldi? Ma non basta: il principino ci fa sapere infatti che ha fatto questa scelta unicamente per soldi, perché deve contribuire al mantenimento della sua famiglia. Avete letto bene.
Ora, che il Savoia mi stia sui coglioni, mi sembra sia chiaro. Che possa vivere in Italia, lo ha deciso il parlamento e per quanto io possa essere contrario, il mio spirito democratico mi impone di accettare la sua presenza. Che vada a fare la scimmietta in televisione, passi... del suo tempo può fare ciò che vuole ed è certamente in ottima e similar compagnia. Ma che il sor principe de sta gran cappella ci vada solo per fare soldi e che io debba contribuire al suo cospicuo emolumento è una cosa che mi fa incazzare più della frase “ricordati che tu hai votato e hai creduto nel progetto del partito democratico”...
Mi sento intontito e confuso, e il Savoia non è certamente il solo motivo di tale stato. Ma non avevano detto che il 2009 sarebbe stato sicuramente migliore del 2008? Perché, se è così, evidentemente io sono rimasto indietro!
Ma durante un processo alle intenzioni si risponde: "Assolvici, o Signore!"?
 Prezzi da affarone! Buon Anno a tutti...!
Ancora oggi mi chiedo cosa fu, la mattina della vigilia di Natale del 1998, a spingermi a mettere sul lettore cd, appena sveglio, il primo album di Elio e le Storie Tese e ad ascoltarlo tutto come se fosse la prima volta, invece della mille e millesima. Faceva freddo, ad Amsterdam, ma era una giornata limpida, piena della luce accecante dell'inverno nel nord Europa. Almeno così è rimasta nella mia memoria.
Dopo essere arrivato in ufficio, accesi il pc e vidi sulla mia casella di posta elettronica un messaggio di un amico di Roma, che mi inoltrava l’incredibile notizia giunta nella notte. Feiez, il grande Paolo Panigada, era morto a seguito di un malore durante un concerto della Biba Band a Milano. Le fonti di notizie sul web, 10 anni fa, non erano così tante, ma passai la mattinata a cercarle tutte, leggerle tutte, stamparle tutte. Come se sperassi di trovare, da qualche parte, una clamorosa smentita. Che non trovai.
Lo avevo visto per l’ultima volta a Milano, poche settimane prima, al primo raduno del Fave Club, allo Zelig di Viale Monza, dove ero appositamente giunto dall’Olanda. Ma i miei ricordi più vivi e belli sono legati al 1992, ad un concerto a Villa Borghese a Roma, e a una foto scattata vicino a lui dopo l’esibizione. Non era un uomo di tante parole, Paolone, ma un suo sorriso ed una sua stretta di mano erano così caldi da valere mille disquisizioni su come fosse andato il concerto o sull’ultima geniale cazzata fatta da Mangoni sul palco.
Feiez è stato uno dei più incredibili musicisti che abbia avuto modo di conoscere ed ammirare. Sembrava fosse nato per suonare qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani ed ottenere sempre il migliore suono possibile. E aveva una voce degna di una carriera solista da grande star.
Da allora, non ho mai finito concerto degli Elii senza aver cantato anche l’ultimissimo FORZA PANINO con le braccia tese verso di lui. Penso sempre che glielo devo, che glielo dobbiamo tutti e che se grido più forte forse ci sentirà. Gli ho voluto molto bene, e se oggi voglio così bene a Sergione Conforti è anche un po’ perché il suo sguardo mi ricorda sempre tanto quello dell’immenso Feiez.
Non credo più a Babbo Natale Da quando andai al Tonale
Non credo più alla Befana Da qualche settimana
Non credo più alla Rivoluzione Ormai da qualche eone
Non credo più all’uguaglianza Da quando c’ho la panza
Non credo più all’innocenza Da quando ne ho coscienza
Sinceramente, sono atterrito dal malaffare che emerge, sebbene non mi facessi illusione alcuna sulla “diversità” di un partito nel quale Enrico Berlinguer è al massimo il nome antico di qualche circolo vetusto. Ma l’ondata di bile che sale è ormai insopportabile.
L’unica questione morale che mi viene alla mente è: “Ma perché nun ve n’annate tutti affanculo?”
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