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Glamour, lo stupefacente secondo album de I Cani
Di Tracca (del 25/12/2013 @ 23:56:31, in Il CritiCapone, linkato 684 volte)
Da quando ho iniziato una vita sociale autonoma (dalla quarta elementare, diciamo…) ci sono sempre stati dischi che in un modo o in un altro hanno cambiato la mia vita, o ne hanno accompagnato i mutamenti a tal punto dall’esserne diventati l’inseparabile colonna sonora. "The age of plastic" dei Buggles; "The man machine" dei Kraftwerk (sì, a 11 anni impazzivo per i Kraftwerk!); “Tango” e ancora più “Aristocratica” dei Matia Bazar; “Pyromania” dei Def Leppard; “Master of Puppets” dei Metallica; “Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu”; la discografia intera, riedita, di Rino Gaetano; “Grigio” dei Quintorigo; “Socialismo Tascabile” degli OfflagaDiscoPax; “Conservare in luogo fresco e asciutto” di Angelica Lubian. Ognuno di questi, per tanti motivi diversi, ha un posto fondamentale nella mia vita. E ce ne sono decine di altri, ma questi sono i primi che mi sono venuti in mente.

Ora, non so se “Glamour” de I Cani sarà davvero il prossimo di questa lista, ma è certamente un ottimo candidato. È un disco che ho scoperto per caso, per via del fatto che lo ha prodotto (magnificamente, lasciatemelo dire con orgoglio di fan) Enrico Fontanelli degli Offlaga. Ascoltato una prima volta per curiosità, una seconda per interesse, una terza per stupore, una quarta per incredulità, una quinta per compiacimento, una sesta per apprezzamento, una settima per iniziarne a carpirne i testi, una ottava per iniziarne ad impararne i testi, una nona, una decima e via dicendo… fino ad arrivare a sentirlo per intero una o due volte al giorno da oltre un mese a questa parte. Il bello è che, fino allo splendido concerto di qualche giorno fa al Circolo degli Artisti, non avevo mai ascoltato il loro primo disco (“Il sorprendente album d’esordio de I Cani”, del 2011), perdendo quindi una serie di riferimenti, atmosfere, citazioni che collegano in modo strettissimo i due lavori di Niccolò Contessa e dei suoi compagni di viaggio.

Ciononostante, ho trovato “Glamour” un disco meraviglioso, ascolto dopo ascolto. Bello da un punto di vista musicale, perso tra rock elettronico con assonanze punk e cantautorato intergenerazionale. Bello da un punto di vista narrativo, dove poche parole dipingono sempre immagini precise e taglienti come fogli di carta. Bello da un punto di vista emotivo, perché, sebbene Contessa abbia ben 17 anni meno di me, è capace di trasmettermi sensazioni che sento parte del mio vissuto, nonostante esso sia comunque lontanissimo dal suo.

I circa 16 minuti che vanno dalla traccia 2 alla traccia 5 sono i migliori che io abbia ascoltato in un disco prodotto in Italia da molti anni a questa parte. I 4 pezzi in questione sono 4 capolavori: “Come Vera Nabokov” è un'ode all’amore e al bisogno dell’altro; “Corso Trieste” è un inno transgenerazionale che ha la forza di fare tornare in chiunque la ascolti la nostalgia del tempo in cui si era un quindicenne “davvero duro con problemi seri” (voglio vedere se dopo averla ascoltata un paio di volte non griderete anche voi “l’unica vera nostalgia che ho” con gli occhi umidi e la voce roca); “Non c’è niente di twee” ti trascina a ballare nel corridoio di casa e coglie in castagna soprattutto noi, generazione di quarantenni che nei social network è andata quasi senza eccezione a cercare le tracce dell’adolescenza perduta e rimpianta; “Storia di un impiegato”, titolo quasi sacro nella storia della canzone italiana d’autore, onorato in maniera eccezionale in un pezzo che se lo sentirete dal vivo non potrà non trascinarvi a pogare con ragazzi che potrebbero essere i vostri figli. Ma anche la seconda parte del disco è sorprendentemente bella: il disco non cala mai di tensione e tiene inchiodati fino alla divertentissima ghost track “2033”.

Contessa ha un altro pregio lirico davvero notevole: quello della capacità di “mantrizzare” un verso, ossia saper scegliere la frase chiave del testo di un pezzo e trovare il modo di ripeterlo ostinatamente fino a farlo diventare qualcosa a metà tra l’inno e la preghiera. Oltre che nella già citata “Corso Trieste”, questo è evidentissimo nel finale di “FBYC”. Non riuscirete più a toglierveli dalla testa, garantito.

Per me, “Glamour” è di gran lunga il disco dell’anno. È vero, non ascolto più tanta musica come un tempo, i nomi della maggior parte degli artisti indie italiani e stranieri mi sono del tutto sconosciuti e forse sono anche diventato vecchio, un po’ emotivo e piuttosto rincoglionito. Ma vi giuro che dopo averlo ascoltato in streaming (basta cliccare play sulla prima finestra che vi appare qui sotto e potete sentirlo per intero!), appena avrete occasione lo comprerete. Perché questo è uno di quei dischi che vale ancora la pena di possedere su un supporto fisico.

I Cani
Glamour
42 Records
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